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Angelo Bona

KARMA ED IPNOSI REGRESSIVA

18 Marzo 2005

Cari amici,
il seme generò i cinque klesa ed essi concepirono l’albero. Crebbe e produsse un frutto che un uomo chiamò karma. Eccovi due termini che necessitano un chiarimento: karma e klesa. Il frutto karmico non può omettere i suoi semi, non li deve dimenticare ed è soltanto dall’interpretazione della genetica del karma che possiamo comprenderne la vera natura. Non è una parola sconcia o una maledizione di un novello Nostradamus. E’ un atto, un’impronta, un pensiero che diviene il nostro destino. Karma (karman in sanscrito) significa letteralmente azione , che nel sistema filosofico indiano indica "l’atto che genera le proprie conseguenze con l’ ineluttabilità di una legge naturale". Il percorso individuale non è pertanto avulso dalla causalità e le azioni compiute in una determinata incarnazione generano il destino futuro. Questa legge causale non è a noi esterna o oggettivamente ingiuntiva: NOI SIAMO IL KARMA e quindi NOI GENERIAMO IL MONDO che ci circonda, lo componiamo ogni giorno con note armoniche o disarmoniche ed esattamente questa è la nostra canzone. Non esiste fato, sfortuna, casualità. Dio non abbandona mai l’uomo, ma a volte lo prende in braccio, a volte cammina al suo fianco silenzioso, guardandolo agire lungo il filo della vita e ne è sempre custode anche quando prevale il male, conseguenza del libero arbitrio. Immaginate una spiaggia ove le impronte di due persone si congiungono in una sola linea per poi riaffiancarsi e poi magari ricongiungersi ancora. Un racconto che ho letto dice che ove scompaiono le nostre orme, Dio ci prende in braccio. Io dico che successivamente ci esorta a camminare ancora al suo fianco come una amorevole madre che ci educa all’autonomia ed alla libertà. Seguendo il genio ispiratore di Patanjali vorrei ora parlarvi delle cinque radici del karma, i fatidici klesa. Il termine klesa significa dolore, afflizione, pena, ma nel tempo ha assunto il significato traslato di ciò che causa il dolore. Riporto il sutra(aforisma) ove Patanjali elenca le cinque afflizioni che determinano la miseria e la sofferenza umana: "La mancanza di consapevolezza della Realtà, il senso dell’egoismo (o senso dell’’io-sono’), le attrazioni, le repulsioni verso gli oggetti ed il forte attaccamento alla vita sono le grandi afflizioni o cause di tutte le miserie "(1). Il karma apportatore di sofferenza si attiva e si produce in conseguenza di queste cinque disposizioni o modi di essere dell’umana natura. Il primo klesa , l’avidya traducibile come ignoranza è inteso quale mancanza di consapevolezza spirituale ed incapacità di scorgere il divino nel sè e nel cosmo. La negazione di Dio determina ad esempio nel nostro progenitore Adamo la presunzione di autosufficienza e la volontà di anteporsi con orgoglio al proprio Creatore. L’avidya è la madre di tutti gli altri klesa (afflizioni) ed è la causa prima della caduta dell’uomo e delle sue sofferenze. Essa non è certo intesa nella sua comune accezione di mancanza di cultura o di chiusura intellettuale, ma di incoscienza che il principio animico individuale sia destinato a fondersi con l’Assoluto. Il secondo klesa a cui si riferisce Patanjali è la diretta conseguenza dell’avidya cioè l’egoismo e il culto di sè, definito asmita. Esso rappresenta il sentimento dell’individualità e la confusione del non- io con l’io. Il termine asmita deriva da asmi che significa "io sono", ma il passaggio favorito dall’ignoranza a "io sono questo", determina l’identificazione erronea del sè con il corpo o con la mente. L’individuo così non compie un processo evolutivo, ma si immedesima con i suoi veicoli ed involve in se stesso, nei propri sensi e nelle proprie facoltà. L’identificazione con il veicolo fisico ci fa dire "io odo", "io vedo", "io cammino", quando è il corpo che ode, vede e cammina. Alcuni non si accorgono dello scarto che ci può essere tra il sè ed il corpo e tra il sè e la mente e continuano ad affermare "io penso", "io conosco" , "io temo" quando è la mente che pensa, conosce e teme. Questi sono concetti di non facile comprensione per noi occidentali educati ad essere separati e distinti gli uni dagli altri, circondati da oggetti e persone che riconosciamo come "nostri". L’asmita che si manifesta nell’equivoco che il sè coincida con il corpo fisico è "la forma più grossolana dei klesa", ma è più condizionante il giogo della mente produttrice di idee, paure, pregiudizi dai quali è molto difficile emanciparsi. Egoismo è un termine coniato nel XVIII secolo e Kant lo riferisce a "colui che restringe tutti i fini a se stesso e non vede altro utile al di fuori di ciò che giova a lui"(2). Questo atteggiamento così diffuso ed ingiustificatamente valutato vantaggioso è la diretta conseguenza di un io separato che si erge a difesa di sè, divenendo ipertrofico. E’ inevitabile che il precedente klesa produca per filiazione naturale la successiva afflizione il raga, definibile come attrazione o desiderio smodato verso ciò che provoca in noi felicità. Negli Yogasutra di Patanjali, secondo un taglio interpretativo ascetico, si tende ad un’estinzione assoluta di ogni piacere al fine di conseguire la liberazione. Un obiettivo tanto elevato non credo sia raggiungibile da una mente occidentale così strutturalmente edonista e concreta, educata a soddisfare il più possibile i propri appetiti e le proprie aspirazioni. Faccia opposta ma complementare al raga è il quarto klesa, che Patanjali definisce dvesa ed è inteso come "la repulsione naturale che si prova per una persona od oggetto che è fonte di pena o di infelicità ". Il principio di piacere è il primo movente che orienta le nostre azioni verso il conseguimento di una meta e ciò ci fa comprendere quanta responsabilità karmica esso possa produrre. E’ sempre in conformità con esso che rifuggiamo e avversiamo la sofferenza e la frustrazione insieme a tutto ciò che può generarle, fino a produrre odio nei confronti di quanto non ci gratifica. L’individuo spesso non possiede i più rudimentali criteri di interpretazione psicologica e spirituale del dolore, cioè di quel vissuto soggettivo che lo aliena dalla felicità. L’ultimo e quinto klesa è l’abhinivesa traducibile come desiderio o volontà di vivere e conseguenza diretta del raga e del dvesa. Quanto più l’individuo è assoggettato alla dialettica attrazione-repulsione, tanto più risulterà morbosamente attaccato alla propria esistenza. Il freudiano Eros, inteso come pulsione di vita e spinta all’autoconservazione è indubbiamente un recupero di questo antico klesa. Una similare accezione di Eros si ritrova nel Simposio di Platone che lo definisce quale desiderio di vincere la morte: si svela quindi il polo complementare all’istinto di vita nella pulsione di morte o Thanatos. L’ipnosi regressiva scandaglia i fondali ove sono abbandonati i relitti del karma, ma non dobbiamo pensare queste navi perdute come adagiate perennemente sul fondale. Possono salpare improvvisamente dall’abisso raggiungendo la superficie della nostra coscienza mantenendo alte le vele. La trance è un viaggio esplorativo nel nostro oceano profondo, che ci può aiutare a rinvenire gli antichi naufragi al fine di purificarci dalle tempeste del karma. E’ un’immersione sacra, un battesimo dell’acqua madre al fine di recuperare i cinque semi nascosti nella nostra mente natura.
Buona Vita Angelo Bona

Note:
1) I. K . Taimni, La scienza dello Yoga, Commento agli Yogasutra di Patanjali, Ubaldini Editore, Roma, 1970.
2) I. Kant, Antropologia pragmatica(1798), Laterza Editore, Bari, 1969.