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Dott. Francesco Pugi

ORDINE, DISORDINE, AMORE

01 Novembre 2007

Ordine, disordine, Amore

 

“E’ dunque possibile che in quadro così ordinato di materie, l’uomo – figlio della materia, prodotto di un corpo nel quale l’ordine è ingenerato e in cui il disordine è anomalia – possa degenerare e regnare nel disordine? O piuttosto non è vero che questo apparente disordine  non sia che l’attuazione pratica di un ordine che va al di là di ciò che appare?”

(Una Guida del Cerchio Firenze 77)

 

La separatività è quel Gioco Divino in cui si risveglia il dormiente, in cui viene destata la coscienza della propria responsabilità a comprendere il legame fra tutte le cose. Come il dolore, è una tensione di allineamento dal due all’Uno; la separatività è l’ambiente nel quale rendersi conto che la separatività non esiste. E’ un ambiente difficile, in cui l’ego affonda le proprie radici ed in cui, in svariate situazioni, si sviluppa in modo abnorme, rallentando la navigazione dell’uomo anziché costituire la base da cui spiccare il balzo verso la SincroUnicità.

 Nei tentativi di comprensione della propria situazione esistenziale, l’umanità ha globalmente privilegiato un percorso in cui il cuore è stato messo in ombra dalla ragione, dal puro raziocinio, fino ad inibire il funzionamento di antenne in grado di percepire realtà nei confronti delle quali i nostri ordinari cinque sensi risultano largamente insufficienti.

La ricerca scientifica, figlia prediletta della razionalità, oggi così iperspecializzata, così settoriale, sta trovando in alcuni campi difficoltà di evoluzione, richiede sempre più risorse per effettuare, in alcuni casi, progressi non sensibili. Accade anche che, laddove nuovi aspetti di notevole entità si manifestino di fronte agli occhi degli scienziati, si proceda ad un uso immediato delle scoperte,  scarsamente consapevoli dei possibili effetti collaterali. Manca un quadro d’insieme: le Guide manifestate attraverso Davide, nell’amato testo “Il palpito dell’Uno”, hanno più volte evidenziato questa crisi, hanno incoraggiato a comprendere la bellezza ed intima natura della spiaggia non attraverso l’analisi microscopica del singolo granello ma cercando un punto di vista diverso, più ampio, in cui il senso vero delle cose appaia più nitido.

 Niente è casuale; tutto è funzione ed emanazione di un unico, incommensurabile, eterno movimento d’Amore. Anche lo smarrimento nel puro raziocinio costituisce un potenziale di riallineamento, di viraggio alla presa di coscienza, secondo vie che, insperate, possono pararsi di fronte agli occhi dell’uomo nelle forme più imprevedibili.

Anche nella scienza fondata sulla separatività tra le discipline si nascondono i semi di una comprensione più elevata: tra i più giovani figli di questa stessa scienza, ce n’è uno che anziché trovare un canale di sviluppo a sé stante, ha gettato un ponte fra i più diversi campi d’indagine, un collante che può unire senza difficoltà chi si occupi di meccanica celeste o del moto dei fluidi, di dinamica delle popolazioni o di morfologia degli esseri viventi, di meteorologia o ingegneria dei materiali.

Può sembrare incredibile, ma lo sviluppo di un cristallo presenta quelli che fino ad poco tempo fa erano insospettabili legami con le irregolarità del battito del cuore; i ghirigori tracciati dalle particelle di un fluido in moto turbolento presentano capisaldi d’indagine comuni a chi cerchi di comprendere la forma di una foglia, la ramificazione degli alveoli polmonari nasconde forze  simili a quelli che forgiano le coste.

L’argomento è quello della teoria del caos, un campo d’indagine scientifica a cui si sono dedicati uomini attratti in modo particolare da sistemi complessi, o che esprimono comportamenti irregolari ma visibilmente o intuitivamente non casuali. In molti casi questi uomini sono stati e sono particolarmente sensibili alla bellezza delle forme attraverso cui si manifesta la Natura.

Come descrivere in modo intuitivo i capisaldi di questa scienza? Potremmo partire dal concetto che uno scienziato racconta le sue scoperte attraverso il linguaggio matematico: le equazioni matematiche di una certa teoria corrispondono ad affermazioni, a frasi di senso compiuto espresse attraverso la lingua dei numeri, mediante le quali si cerca di spiegare la realtà fisica.

Un’altra caratteristica delle equazioni è che esse vengono forgiate attraverso ragionamenti ed intuizioni fino a raggiungere la forma più semplice possibile: la semplicità è un gran pregio, in quanto consente una diffusione più rapida della comprensione ed un impiego più agile dei risultati raggiunti.

E’ anche vero che in ogni caso, anche quando le equazioni assumono forme molto articolate e complesse, si ha a che vedere con una semplificazione drastica del fenomeno che vogliono descrivere.

Possiamo vedere lo scienziato come una persona che cerca di descrivere la realtà attraverso particolari metafore (le equazioni, appunto), che possono essere più o meno complicate, più o meno elaborate (e come abbiamo detto prima, più sono semplici e, in molti casi, meglio è), e che tuttavia, intrinsecamente, non rappresentano mai per intero il fenomeno reale.

Siamo consapevoli che quando si riassume una storia complicata nei suoi tratti essenziali, si lasciano per strada tanti particolari che possono però risultare fondamentali per comprendere significati più profondi nascosti nel racconto originale.

L’Universo ci mette di fronte un libro con una storia sui fenomeni fisici abissalmente articolata; attraverso le equazioni-metafore diamo la nostra interpretazione, il riassunto di alcuni paragrafi; ma tali equazioni, o metafore, sono, per nostri limiti di comprensione ed elaborazione, una forte semplificazione del racconto originale, col rischio, come sopra ricordato, di tralasciare aspetti che potrebbero essere importantissimi per comprendere il vero senso del libro che cerchiamo di interpretare.

Le equazioni-metafora che uno scienziato può impiegare si possono grossolanamente dividere in due specie molto diverse da loro: quelle cosiddette lineari e quelle non lineari.

Le prime sono le più semplici, le più facili da trattare ed usare e quando accade che un fenomeno fisico sia decritto in modo decente da questo tipo di metafore, ultrasemplificate, si è indubbiamente felici, in quanto la loro applicazione non è faticosa, hanno proprietà che le rendono “user-friendly”!

Ma la Natura  non ci concede moltissimi sistemi il cui comportamento sia facilmente riducibile e spiegabile attraverso metafore lineari: spesso, se non si vuol descrivere un fenomeno in modo grossolano, occorre far ricorso alla seconda specie di equazioni, quelle non lineari, che sono oggetti in generale più difficilmente manipolabili, strumenti più precisi nella descrizione che forniscono ma che comportano, come effetto collaterale, una difficoltà di calcolo che, fino alla comparsa e sviluppo dei calcolatori elettronici, risultava spesso insormontabile.

Che cosa è successo quando alcuni scienziati hanno avuto modo di trattare con i primi calcolatori le equazioni non lineari? E’ successa una cosa decisamente strana, che ha destato in certi uomini di scienza grande stupore, meraviglia e curiosità; altri scienziati, più legati alle teorie e schemi più convenzionali, hanno inizialmente criticato certi risultati, che ai loro occhi apparivano come vere e proprie aberrazioni!

Quando la non linearità si insinua come un serpente flessuoso e necessario nel giardino di una teoria, accadono cose davvero curiose, in alcuni casi. Curiose perché intuitivamente ci aspetteremmo che una equazione si comporti in un modo per così dire docile, prevedibile: ed invece a volte questi oggetti così “artificiali”, quando li complichiamo un po’ per adattarsi meglio a descrivere alcuni fenomeni della Natura, finiscono per comportarsi come questa, in alcune circostanze: si… imbizzarriscono!

Chi non ha spinto o si è fatto spingere su un’altalena? Se immaginiamo un’altalena “perfetta” in cui le spinte si susseguono in modo assolutamente regolare, potremmo intuitivamente aspettarci che variando di pochissimo le condizioni dell’impulso, cambino di pochissimo anche gli effetti. Quel che accade, in realtà, è che quando si parla del moto di un pendolo (l’altalena ne è un tipo particolare) e si entra in campi particolari di intensità di spinta (non realizzabili in un parco giochi, ma in altre circostanze sì) questo pendolo può mettersi a oscillare in modi irregolari, completamente diversi l’uno dall’altro, in un movimento apparentemente caotico. Accade che gli stati del sistema “saltino” improvvisamente da uno all’altro senza continuità, senza ordine apparente.

Le equazioni che regolano il moto dell’altalena mossa con impulsi costanti sono non lineari, e quando gli scienziati hanno tracciato particolari mappe che descrivevano visivamente gli stati del sistema, hanno osservato che in certi campi di intensità di spinta la regolarità e continuità di comportamento che presupponevano in virtù dell’esistenza di una semplice formula matematica che descriveva il moto, scompariva completamente: la mappa si complicava in modo incredibile dando luogo a figure estremamente “intricate” , in cui sembrava impossibile ravvisare un ordine “semplice” ma che avevano comunque un aspetto tale da lasciar intuire che non fossero casuali. Un ordine complicatissimo, così complicato da apparire come un caos.

A partire dagli anni ’60 ci sono stati scienziati che hanno trovato comportamenti simili in campi apparentemente assai distanti tra loro: questi strani stati di irregolarità, contraddistinti da mappe  estremamente simili o comunque accomunate da linee o superfici intricatissime ma evidentemente  non casuali, comparivano che si stesse studiando il movimento di una galassia o il battito cardiaco, la traiettoria di un fulmine o l’andamento della temperatura in un certo luogo.

Che cosa c’è sotto? Che cosa scaturisce da queste osservazioni?

In primo luogo, che un’equazione non lineare, anche semplicissima (alcune  si affrontano alla scuola media), può generare comportamenti estremamente complessi: dal terreno apparentemente arido di un’equazione, può sbocciare un fiore molto complesso, che ricorda da vicino la forma di cose esistenti realmente in natura. Molti studiosi si sono dilettati nel trovare equazioni non lineari che danno luogo a forme che rappresentano in modo assolutamente verosimile foglie, insetti, linee di coste, ammassi stellari…

In secondo luogo, si può fare l’osservazione “inversa”: molte delle manifestazioni della natura che ci appaiono così confuse da farci rinunciare a trovare una regola che ne forgi l’essenza non è che si fondano su poche regole semplici che fanno sbocciare, come un’equazione non lineare, il fiore della complessità? La forma di una nuvola, i battiti irregolari di un cuore in non perfetta salute nascondono delle regole?

Stiamo comprendendo dal punto di vista scientifico che la risposta è: sì!

Amici, proviamo a spingerci oltre? Proviamo a fare, sulla base delle considerazioni precedenti e facendo tesoro degli insegnamenti che scaturiscono dal Palpito delle estrapolazioni di carattere spirituale? Che cosa ce lo impedisce?

La nostra vita è spesso caratterizzata da eventi che sembrano aggrovigliarsi in modo caotico, a volte osserviamo sbigottiti il comportamento dell’uomo e ci domandiamo quale sia lo scopo di tanto disordine. Osserviamo noi stessi, il nostro intimo, e ci accorgiamo delle contraddizioni, delle forze opposte che a volte ci lacerano il cuore…

Che non esista, dietro questo apparente caos, questa complessità, questa separatività, un ordine non evidente e semplicissimo, che fa da fertile terreno per tutto ciò che si manifesta e che forgia in una direzione ben precisa ogni avvenimento?

Ciò che ci pulsa nel petto può rispondere, con l’aiuto delle vibrazioni generate dal “Palpito”…

Che la risposta, che questo ordine non siano altro che Amore?

                                                                                                                                   Dott. Francesco Pugi