Articolo
Maura Menozzi
Dalle civiltà alla civiltà per non dimenticare di Maura Menozzi
23 Marzo 2005
Con il termine civiltà, almeno a partire dal XIX° secolo, si intende l’insieme delle strutture e degli sviluppi sociali, politici, economici e culturali che caratterizzano una società umana e/o un dato periodo della sua storia. Originariamente aveva invece il significato più limitato di appartenenza allo stato civile o evoluto cioè il contrario di barbarie. Deriva infatti da civilisation, un sostantivo nuovo che nasce in Francia a metà del 1700 durante il Regno di Luigi XV, dalla necessità di dare una definizione ai costumi gentili e colti della buona società dell’epoca (appunto civilisé) divenendo quindi anche sinonimo di cultura. Si diffonde con tale accezione e con la stessa radice nel resto d’Europa, mentre l’Italia non assorbe il termine civilizzazione preferendogli quello più antico (introdotto da Dante) ma già moderno, di civiltà. Grazie al diffondersi degli studi antropologici ed al contributo esaltante dato alla ricerca storica dalle scoperte archeologiche, già dai primi decenni del 1800 si comincia a fare una distinzione tra il concetto generalizzante di civiltà inteso come ottenimento di uno stato sociale progredito e quello del riconoscimento dell’esistenza di diverse civiltà, ognuna con tratti caratteristici comuni e distintivi. Ne consegue che la maggior parte degli storici ritiene si possa parlare di civiltà solo in presenza di alcune caratteristiche specifiche: La localizzazione in un’area geografica circoscritta da cui dipende una parte essenziale (ma non l’unica) della propria realtà. E’ chiaro che le condizioni ambientali favorevoli (ad es. i territori adiacenti a fiumi o mari) influiscono sulla sua nascita, ma la sua sopravvivenza e sostentamento dipendono poi dalla capacità dell’uomo di trarre profitto da questi vantaggi naturali acquisendo soluzioni tecniche come l’agricoltura intensiva, le opere idrauliche di irrigazione, la costruzione di utensili e mezzi di trasporto. L’aumento della produzione alimentare determina a sua volta un incremento demografico con la tendenza a creare degli insediamenti umani stanziali in un territorio comune. Le abilità manuali e intellettive portano alla formazione di vari strati sociali, maestranze esperte, artigiani specializzati nonché alla elaborazione di sistemi di misurazione e di scrittura necessari all’organizzazione sociale. Si viene così a selezionare una classe elitaria in grado di dirigere, gestire e amministrare la vita collettiva: nasce la società gerarchizzata. Una civiltà si fonda quindi sulla diversificazione sociale che si viene a creare nell’intento di produrre e distribuire le risorse utili al suo sostentamento. La classe dominante tuttavia, accumula ricchezza data dall’eccedenza di risorse prodotte (surplus) rispetto al reale bisogno di consumo, di cui può disporre per l’edificazione di palazzi, templi, opere monumentali o difensive (ottenute con lo sfruttamento del lavoro delle fasce più deboli) che, seppure in parte al servizio della collettività, hanno sostanzialmente lo scopo di celebrare e quindi rafforzare il proprio potere. Infine ma non ultimo, l’aspetto religioso. Ogni civiltà è caratterizzata da una propria visione/rappresentazione del mondo che domina e orienta i comportamenti sociali. Essa deriva dal bagaglio culturale ereditato dagli antenati ed è quindi l’insieme dei valori morali, rituali e credenze che diviene coscienza collettiva ed elemento fondante della civiltà stessa. Goethe sosteneva che le arti e le scienze appartengono a tutto il mondo senza distinzione di patrie in quanto frutto dell’insieme di tutte le conoscenze e apprendimenti che gli uomini hanno saputo conservare e trasmettere agli altri nel corso del tempo. E’ dalla condivisione di questo concetto che nasce la mia passione per i popoli antichi, poiché ho sempre tenuto in grande considerazione ciò che il passato ha da insegnarmi. L’idea di essere la continuazione di ciò che altri sono stati si rinnova spesso in me nel miracolo di trovare risposte a problemi esistenziali attuali attraverso il pensiero illuminante, la sacralità di un rituale, l’emozione di un’opera d’arte come pure il monito a non ripetere gli errori di chi ha vissuto centinaia o migliaia di anni fa. Spesso infatti il fascino suscitato dalla grandiosità di certi templi o monumenti o dalle gesta epiche di personaggi leggendari, distoglie dal valutare le ingiustizie o le sofferenze subite da tanti uomini comuni che, con i loro sacrifici e fatica, ci hanno permesso di ereditare vantaggi e conoscenze. Eppure in fondo è semplice, quasi elementare: i fattori che favoriscono la nascita e lo sviluppo di una civiltà portano già in sé i germi potenziali del suo decadimento (come ad esempio l’eccessivo sfruttamento da parte dell’uomo delle risorse naturali ed il prevalere della logica dell’interesse a discapito dell’armonia e del sentimento di appartenenza al tutto). Sarebbe sufficiente esserne consapevoli, saperli riconoscere e non coltivarli. Basterebbe attingere a quel tesoro inestimabile di insegnamenti che è la memoria/coscienza collettiva e non ripetere i comportamenti dannosi. Nel film di John Boorman, Excalibur, c’è una scena bellissima: nella notte illuminata dai fuochi della battaglia, Re Artù trionfante raduna attorno a sé i suoi cavalieri per gioire insieme della vittoria ed inneggiare al glorioso futuro. L’unione delle loro spade e dei loro cuori ha permesso di sconfiggere i nemici ed ora essi esultano, annunciando un regno unito nell’ideale di pace e prosperità. Ma l’esaltazione collettiva viene interrotta da Merlino. Il druido si fa largo tra di loro e, richiamandoli al silenzio, li esorta a ricordare per sempre il valore sacro di quell’alleanza che è il Tutto e da cui tutti discendono: "Ricordate bene dunque, questa notte...Poiché la maledizione degli uomini è che essi dimenticano!" Bibliografia F. Braudel, Il mondo attuale, Vol. I - Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 1966 C.W. Ceram, Civiltà sepolte, Einaudi Tascabili, Torino 1968 V. G. Childe, Il progresso nel mondo antico - Einaudi 1973