Angelo Bona
Il braccio secolare dell'ermeneutica di Origene
12 Maggio 2005
La carissima Prof.ssa Luisella Magnani, mi insegna che l'ermeneutica, criptico sostantivo che deriva da hermēnéus e cioè interprete, è l'arte di intendere un testo, e per l'appunto di interpretarlo, procedendo dalla periferia della lingua al suo centro. Ritengo che il rispetto del pensiero e della sensibilità di un autore siano nobili e cardinali postulati di chi si accinge all'arduo compito di tradurre in rinnovati termini, le parole altrui. Sacrilego è colui che vestendo il manto di ermeneuta si arroga il pretestuoso diritto di manipolare, censurare, mutilare il pensiero che permea un'opera. La malafede dei trascrittori e degli interpreti è una piaga endemica che ha corrotto irrimediabilmente la veridicità e l'originalità di testi sacri e non. Nelle celle occulte di romiti monasteri, per centinaia di anni monaci dallo stilo inesorabile sono intervenuti su passi dottrinali, deformando con arbitrio la scrittura che l'Essere ha ispirato all'essere, che Dio ha sussurrato all'uomo. Alcuni scritti sono stati per secoli volutamente ignorati, e solo in tempi più recenti riscoperti, perché non in linea con l'indottrinamento che il potere temporale e quello religioso cercavano di imporre. Violare significa anche questo: operare un atto censorio ai danni della natura di un testo, contro la verità della parola e la libertà di esprimerla. Ho cercato in questi giorni, mettendo da parte pregiudizi e preconcetti, di recuperare materiale sulla filosofia origeniana. Origene fu teologo e autore di numerose opere, visse tra Alessandria e Cesarea in Palestina nel II-III sec d.C. (185-253). Egli ebbe probabilmente come maestro il platonico Ammonio Sacca, lo stesso di Plotino e ricevette un forte indottrinamento ispirato alla filosofia di Platone, che ricordiamo, aveva chiaramente parlato di metempsicosi. I testi origeniani furono condannati da Giustiniano a causa di alcuni contenuti espressi, quali il concetto di Trinità e quello di metensomatosi, considerati eretici. Con difficoltà sono riuscito a consultare I Principi, il Contra Celsum, il Commento al Vangelo di Giovanni. Mi sono ben presto reso conto che la scrittura originale era stata rivisitata e deformata dalle ruvide mani di esegeti d'assalto, quali Panfilo di Cesarea, Rufino d'Aquileia e Girolamo di Dalmazia. Rufino d'Aquileia confessa, nella prefazione al testo di Origene I Principi che "traduce" nel 398 d. C., di aver ritenuto opportuno operare una cospicua rielaborazione e di aver dato vita ad una vera e propria "parafrasi" con grave nocumento, aggiungo io, dell'ermeneutica dello scritto. Egli affermò che modificava il testo in onore delle precise norme retoriche di ciceroniana memoria. La cesoia di Rufino giunse a sopprimere diversi passi ritenuti da lui insignificanti e ad apportare brevi ma diamantine aggiunte. Soprattutto egli si piccò di amalgamare le argomentazioni chiarendo i nodi ritenuti ermetici e tutto ciò naturalmente a fin di bene. Analogo comportamento, forse ancor più palese, era stato tenuto da Girolamo di Dalmazia nella traduzione delle Omelie origeniane. Nonostante le "estirpande" di questi sottrattori di senso si evince comunque come Origene con spirito libero e coscienza aperta, abbia lasciato che emergessero dalla sua ispirazione, senza accentuarli, gli influssi di platonica e pitagorica reminiscenza. Vi riporto il passo de I Principi per cui venne accusato di sostenere la metensomatosi. Ritengo questo vocabolo più appropriato rispetto al moderno lemma "reincarnazione" perché in quest'ultimo si perde il prefisso greco meta che indica il passaggio dinamico, il movimento dell'anima da un corpo ad un altro. "Questo ordine di cose e tutto l'universo è retto dalla provvidenza di Dio, per cui alcune potenze cadono dall'alto a precipizio, altre cadono verso terra a poco a poco; alcune scendono per loro volere, altre precipitano non volendo; alcune spontaneamente accettano il compito di porgere aiuto a quelli che precipitano, altre vi sono costrette contro voglia, e chi più chi meno perseverano nella mansione che hanno assunto. Ne consegue che a causa dei diversi movimenti sono creati anche vari mondi, e dopo questo che abitiamo ce ne sarà un altro molto diverso. Nessun altro può regolare meriti e trarre di nuovo tutto ad un sol fine, in relazione alle varie cadute e ai vari progressi, premiando la virtù e punendo i peccati, sia ora sia nel mondo futuro sia in tutti i mondi prima e dopo, se non il solo Dio creatore dell'universo: egli solo conosce la ragione per cui lascia che alcuni seguano la loro volontà e decadano a poco a poco dalle più grandi altezze alle infime condizioni, mentre invece comincia ad assistere altri, e a poco a poco, quasi tenendoli per mano, li fa tornare alla primitiva condizione e li colloca in alto. Alcuni non [hanno] capito questo non comprendendo che la varietà di questa disposizione è stata ordinata da Dio per cause precedenti provocate dall'uso del libero arbitrio" (1). La ridondanza nei testi di Origene di argomentazioni esageratamente oltre gli angusti confini dei dettami cattolici e le dispute che esse provocarono all'interno del Clero sconvolsero l'imperatore Giustiniano che si vide costretto a indire un Concilio nel 553 d.C. a Costantinopoli per recuperare le redini delle controversie religiose. In quella sede, come detto, non solo condannò ex cathedra le tesi origeniane con quindici anatematismi, ma scomunicò in quanto eretici coloro che non vollero sottoscrivere l'abiura. Una così feroce repressione naturalmente estinse ogni contraddittorio filosofico-religioso riguardante le sovversive dottrine del teologo alessandrino. E' indubbio che Platone abbia impresso un solco profondo nella concezione escatologica del pur cristiano Origene. L'interesse così vivo e fecondo che egli manifestò per il credo reincarnativo, per la gerarchia dei mondi, per gli attributi della Trinità, non potevano che attivare il braccio secolare dell'ermeneutica più retriva e intransigente. Molti anni dopo nei roghi dell'Inquisizione moltissimi testi tacciati di eresia avrebbero subito un olocausto culturale perpetrato da zelanti tutori della Parola. L'Articolo 19 della Costituzione sostiene che "Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purchè non si tratti di riti contrari al buon costume". Ancora nell'Articolo 21 si legge: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". Mi chiedo a questo punto come mai la parola reincarnazione venga censurata dai network italiani tanto che in più occasioni al momento di partecipare a programmi radiofonici e televisivi mi viene richiesto di omettere questo "eretico" vocabolo. Non è mio compito dimostrare la scientificità della metempsicosi o il determinismo delle vite precedenti. Nel mio quotidiano lavoro usufruisco dei meravigliosi quadri delle esistenze pregresse solo a fini terapeutici seppur ad orientamento spirituale e la fede reincarnativa è soltanto un mio sincero e profondo sentire. Sono rimasto molto sconfortato in questa mia ricerca sulle fonti origeniane non tanto dall'aver visto affermate o negate le tesi reincarnative, quanto dall'empia e disonorevole opera di contraffazione dei testi che ho riscontrato ad usum delphini o ad uso di famelici squali. Purtroppo dopo esser stati passati al setaccio da menti esaltate da zelante rigore, non mi sento di distinguere più scritti autentici da scritti apocrifi. Note: 1. Origene, I Principi, UTET, Torino, 1968.