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Nonno Jung
Angelo Bona
Jung e le vite precedenti
29 Aprile 2005
Rimasi molto stupito quando anni fa leggendo l’autobiografia di Jung mi resi conto che uno dei carismatici padri della psicoterapia credeva fermamente nelle vite precedenti. Ormai anziano si domandava: "E’ possibile che la continuazione della vita tridimensionale non abbia più alcun senso una volta che l’anima abbia raggiunto un certo stadio di comprensione; e che allora non debba più tornare indietro, perché quella più piena comprensione avrebbe reso impossibile il desiderio di reincarnarsi. In tal caso l’anima si dileguerebbe dal mondo tridimensionale, e raggiungerebbe ciò che i buddisti chiamano il Nirvana. Ma se ancora rimane un karma disponibile, allora l’anima è ripresa da desideri e ritorna ancora una volta alla vita, forse anche perché resta ancora qualcosa da compiere. Nel mio caso deve essere stata innanzi tutto un’appassionata ansia di capire ad aver determinato la mia nascita, perché è questo l’elemento più forte della mia natura" (1). Jung parla del karma non chiedendosi se esso esista, ma soltanto "se il karma di un uomo sia o no personale" e risponde che se ciò fosse allora il destino sarebbe predeterminato e il presente rappresenterebbe il compimento di opere di vite precedenti. Egli si pose domande, affrontò grandi dubbi esistenziali esprimendo il suo sentire profondo, ma lasciando sempre adito ad aperture alternative, a possibilità antitetiche alla sua supposizione. Questo credo sia il modo di porsi di un vero ricercatore della natura umana, orientato ad una gnosi sincera e ad un’onesta ricerca di se stesso. Ancora egli afferma: "Potrei ben supporre di essere vissuto nei secoli passati e di avervi affrontato problemi a cui non ero ancora capace di rispondere; di essere dovuto nascere di nuovo perché non avevo adempiuto il compito che mi era stato assegnato. Quando morirò immagino - le mie azioni mi seguiranno. Porterò con me ciò che ho fatto" (2). Nonno Jung considera il sogno come un territorio non contaminato dagli angusti limiti della realtà cosciente, ne intuisce le infinite potenzialità di channeling e di estuario nell’universo della verità. Da esso attinge l’acqua della rinascita quando afferma: "Recentemente comunque, ho osservato in me stesso una serie di sogni che sembrerebbero descrivere il processo della reincarnazione in una persona defunta di mia conoscenza" (3). Non c’è inquietudine in questa spasmodica ricerca junghiana, in questo immenso aliante del pensiero umano. Jung in certi passi appare perfino metafisico, disumano e si avverte che la feconda ispirazione che lo guida non appartiene ad una scelta volitiva, ma che viene agito, attraversato da percezioni sottili provenienti da costellazioni lontane, da archetipi improvvisamente accesi nell’abisso. "Ho sottolineato varie volte" conferma Jung "che il male che abbiamo fatto, pensato o voluto, si vendicherà sulle nostre anime anche nel futuro, così come ha fatto finora, indipendentemente dal fatto che il mondo sia cambiato per noi"(4). E non è questa una dichiarazione inconfutabile della credenza di Nonno Gustav nella continuazione della vita nelle vite e del determinismo della legge di causa-effetto? Io vorrei partire da qui, sulla scia della luminosa Atalanta fugiens del genio junghiano, forse con meno remore o con più bonaria incoscienza. Penso che solo con l’integrazione della terapia karmica la psicoterapia riuscirà a superare la fangosa secca nella quale si è arenata, solo con l’apertura al cuore e al Graal del Sé il periplo non risulterà interminabile. Ma in sintesi, le vite esistono? Sì, se esistono i cavalli di Velasquez, le poesie all’inferno di Rimbaud, le pop mucche di Andy Warhol; sì, se esistono i torbidi bistrot di Henry Miller e quel cielo inconscio che i mistici ed i poeti chiamano Dio. Note: 1. Jung C. G., Ricordi, sogni, riflessioni, BUR Editore, Milano, 2004. 2. Jung C. G., op. cit. 3. Jung C. G., op. cit. 4. Jung C. G., op. cit.