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Angelo Bona

L'inconscio di Milton Erickson

22 Marzo 2005

Milton H. Erickson nacque in una modesta famiglia nelle campagne del Nevada nel 1901. E’ consueto che i grandi uomini sappiano convertire le limitazioni e gli handicap del corpo in alternative forme di espressione psicologica e spirituale. Il daltonismo e la dislessia, la sordità tonale, le aritmie cardiache avevano perturbato l’infanzia del papà ante-litteram dell’ipnosi moderna che a quattro anni non parlava ancora. Queste già numerose prove destiniche vennero aggravate da una nuova drammatica afflizione: la poliomielite. A diciassette anni rimase completamente paralizzato e abile soltanto a parlare e a muovere gli occhi. Venne accudito da un’infermiera australiana ed iniziò con caparbietà a combattere contro le invisibili sabbie mobili di una malattia che si sarebbe ripresentata in forma attenuata al compimento del cinquantesimo anno. In quell’infanzia di immobilità coatta Milton H. Erickson sviluppò un metodo che in seguito venne definito "focalizzazione ideodinamica diretta". Seduto su una sedia a dondolo, iniziò a concentrare lo sguardo verso la finestra e lentamente produsse una percettibile oscillazione nonostante fosse completamente paralizzato. Esisteva dunque una dinamo ideo-motoria che dal profondo destabilizzava lo statuario rigore dell’immobilità. Tutti i suoi sforzi per una riabilitazione lo portarono alla scoperta della fenomenologia di base dell’ipnosi e alla possibilità di utilizzarla terapeuticamente. Nel 1922 si tenne all’Università del Wisconsin un seminario sull’ipnosi sotto la direzione di Clark L. Hull a cui Milton partecipò presentando una relazione sulle sue prime ricerche sperimentali in merito alla trance. Laureatosi in seguito in medicina ottenne la cattedra di psichiatria presso la Waine State University e nel 1948, si trasferì a Phoenix, in Arizona dove esercitò la professione privatamente per oltre trent’anni fino alla morte nel 1980. Il merito più riconosciuto della feconda attività di Erickson fu di non pretendere di coscientizzare l’inconscio durante il percorso terapeutico e di non sessualizzare le dinamiche dei nuclei tematici, sollevando il nostro abisso interiore dalla drammatizzazione della scolastica psicoanalitica. Nel 1944 in L’attività mentale inconscia in ipnosi-implicazioni psicoanalitiche introdusse il concetto che fosse lo stesso inconscio del paziente, posto nelle condizioni idonee, a risolvere le proprie conflittualità. Il concetto di "inconscio amico" permea tutta l’opera del saggio collega e di contro taccia l’ego nevrotico o psicotico del paziente di non usufruire delle risorse provvide della sua natura profonda. Ernest Rossi afferma che: "Il successo ottenuto da Erickson nell’operare un radicale rinnovamento va ascritto all’elaborazione di approcci non autoritari, indiretti, con i quali i soggetti apprendono l’utilizzo delle proprie potenzialità per risolvere a modo i loro problemi" (1). Nell’affermazione che lo stesso inconscio del paziente, posto nelle condizioni idonee è in grado di guarire le proprie ferite ritrovo profonde analogie con il pensiero di Carl Gustav Jung. Né il soggetto, né il terapeuta sanno in realtà a quale meraviglioso universo interiore abbia attinto il sé per la propria guarigione. Afferma ancora Erickson: "La suggestione terapeutica non è un processo di preprogrammazione del paziente secondo il punto di vista del terapeuta. E’ opportuna invece una "risintesi" interiore del comportamento del soggetto, ad opera di se stesso" (2). Concordo pienamente con questa disposizione che elide la tracotanza e la boria dell’uomo che cura l’uomo e riconosce che la vis medicatrix è insita nello stesso essere. Paracelso, come riporta Jung nei suoi Studi sull’Alchimia, afferma che: "In homine, qui ad similitudinem Dei Factum est, inveniri potest causa e medicina"(3). Erickson nell’articolo La base dell’ipnosi del 1959 esplica la sua definizione di inconscio: "Per mente inconscia intendo il fondo della mente, il serbatoio dell’apprendimento. L’inconscio è un magazzino" (4). Qual è in definitiva la funzione del terapeuta? E’ quella di aiutare il paziente a non interferire con il magico dharma che egli ha insito nella profondità del cuore. L’inconscio non conosce la sofferenza o la conflittualità emerse in superficie e l’unico modo per superarle non è quello di svelare ed interpretare edipi ed improbabili colpe latenti. E’ sufficiente informare il sé del dolore e della natura del conflitto; è esenziale porre in comunicazione il conscio e l’inconscio perché nasca tra loro un rinnovato dialogo. A volte si possono perseguire vie subliminali, strade lastricate di metafore blu per condurre i naufraghi ad un benefico approdo. L’inconscio è un tutore della coscienza, un censore che trattiene le verità spiacevoli o contrarie all’etica dell’Io. La "protettività" del nostro infinito interiore accudisce noi poverelli dall’essere sommersi dal fragore degli archetipi, funzione che si strema nell’anarchia delle psicosi. Secondo Erickson la trance ipnotica è lo stato in cui si produce la maggiore disposizione al mutamento e all’apprendimento relativo, poiché i soggetti aprono la propria intuitività all’ermeneutica dei simboli, dei colori, dei mandala che ruotano e mutano nel nostro inconscio. Jay Haley, allievo e collaboratore di Erickson, definì "terapia strategica" l’approccio circoscritto e delimitato al nucleo conflittuale del soggetto scevro da farraginose interpretazioni e manichee prese di posizione (5). Infinite sono le innovazioni strategiche del Maestro, come ad esempio la prescrizione del sintomo, l’utilizzazione delle resistenze, la ristrutturazione... Sono solo parole che mai esplicheranno completamente l’operato del pioniere della fantasia terapeutica, del padre delle metafore curative. Sydney Rosen riporta: "Erickson applicava il principio di attrarre l’attenzione del paziente per mezzo della sorpresa, dello shock, del dubbio, della confusione; utilizzava domande senza risposta o koan, giochi di parole, motti di spirito disseminati nei suoi racconti" (6). E’ chiaro per il grande Milton che se si vuole entrare in contatto con un paziente fortemente disturbato, bisogna accettare la sua mappa del mondo e parlare il suo idioletto. E’ questo insegnamento che mi permise di interagire con Caterina negli anni della mia frequentazione ospedaliera. Nessuno la raggiungeva e lei viveva in un universo psicotico di angoscia, di allucinazioni e leviatani. Piano piano raggiunsi il suo cuore e compresi alcune parole della sua babele interiore; i colleghi mi dissero che sbagliavo perché dovevo circoscrivere il delirio e non alimentarlo, ma io continuai imperterrito. Caterina si acquietò ed iniziò ad ascoltarmi mentre rispecchiavo le sue cadenze, i suoi aggettivi, le sue metafore. Avevo scoperto il segreto linguaggio della tempesta ed era meraviglioso vedere in lei sorgere un timido raggio di sole. Note: 1. M. H. Erickson, La natura dell’ipnosi e della suggestione, in Opere, vol. I, a cura di Ernest L. Rossi, Astrolabio, Roma. 2. Erickson, M. (1948) "Hypnotic Psychotherapy." In Rossi, E. L. (Ed.). (1980). The collected papers of Milton H. Erickson on hypnosis: Vol. 4. Innovative hypnotherapy. New York: Irvington. 3. C.G. Jung, Studi sull’Alchimia, in Opere, vol. XIII, Bollati Boringhieri, Torino, 1997. 4. Erickson , M. (1959) The basis of hypnosis: Panel discussion on hypnosis. In Rossi, E. L. (Ed.). (1980). The collected papers of Milton H. Erickson on hypnosis: Vol. 3. The Hypnotic investigation of psychodynamic processes. New York: Irvington. 5. J. Haley, Terapie non comuni, Astrolabio, Roma, 1973. 6. M.H. Erickson, La mia voce ti accompagnerà, a cura di Sidney Rosen, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1983.