Maura Menozzi
La natura santuario dei Celti
19 Luglio 2005
Tra le caratteristiche specifiche che delineano il concetto di civiltà vi è quella di costruire templi: occorre subito fare un’eccezione per i Celti. Sostenuti dalle ricerche archeologiche, che hanno portato alla luce "solo" luoghi di culto costituiti da terrapieni o recinti con palizzate in legno spesso circondati da fossati, si può affermare che la concezione di tempio inteso come costruzione architettonica tipica dei popoli orientali e dell’area mediterranea, era estranea alla cultura celtica primitiva. Per questo popolo infatti, la cui vita sociale e religiosa erano intimamente legate agli elementi naturali, il divino dimorava nel cuore della foresta e di conseguenza per l’incontro con il sacro non sentirono l’esigenza di edificare strutture complesse o imponenti (ricordiamoci sempre che i megaliti non furono eretti dai Celti): il loro tempio/santuario era la natura stessa. Una caratteristica tipica era perciò quella di celebrare riti e cerimonie addentrandosi in boschi o radure all’interno di una foresta, i cosiddetti nemeton, termine gallo-bretone corrispondente all’irlandese nemed che significa appunto santuario e derivante dalla radice etimologica nem che designa sia il cielo che il sacro. Diversi autori latini ad essi contemporanei, primo fra tutti Cesare, ce ne danno testimonianza: "C’era un bosco sacro, mai profanato da tempo immemorabile, che sotto la volta dei suoi rami racchiudeva un’aria tenebrosa e gelide ombre...."; ancora Lucano scrive: "Adorano gli dei nei boschi senza templi". Essi tuttavia riportano tale abitudine tramandandone soprattutto il senso negativo, ripreso poi dal Cristianesimo dopo la conquista romana e radicato fino al Medio Evo ed oltre nella paura che le profondità delle foreste nascondessero spiriti maligni (la selva oscura). In realtà i Druidi, i sacertoti celtici, non concepivano l’idea di rinchiudere gli dei all’interno di una costruzione ed al contrario ritenevano che l’essenza del sacro si potesse svelare appieno agli uomini attraverso il contatto con le forze vive nella natura, rappresentate dalle sorgenti d’acqua ma soprattutto da piante ed alberi. Questi, fungendo da ponte tra Terra e Cielo, tra il mondo degli uomini e l’Aldilà, erano strettamente legati al sapere druidico ed avevano quindi un ruolo centrale nei loro rituali, il più popolare dei quali è sicuramente quello della raccolta del vischio raccontata con dovizia di particolari da Plinio nella sua Naturalis Historia. A questa pianta erano riconosciuti grandi poteri di guarigione (omnia sanans) e di potenziamento della fecondità animale ed il suo valore simbolico era collegato alla funzione regale; infatti la cerimonia solenne della sua raccolta con l’impiego di un falcetto d’oro prevedeva anche il sacrificio di due tori bianchi, analogamente a quanto avveniva in occasione dell’incoronazione di un re. I Druidi usavano molte piante medicinali a scopo terapeutico ma anche nell’arte divinatoria ed in questo campo un ruolo fondamentale era svolto dal legno di tasso o di nocciolo. Essi lo usavano per ricavarne tavolette su cui venivano incise frasi divinatorie in alfabeto ogam a scopo di predizione (questo antico tipo di scrittura, che la mitologia fa risalire al Dio Ogme, non fu mai utilizzato dai Celti per trascrivere testi ma solo per fini magici o iscrizioni funerarie); lo provano alcune espressioni in diverse lingue celtiche che corrispondono a "gettare i legni", con il significato di tirare a sorte. Tra gli alberi sacri ai Celti, oltre al tasso, vi era il nocciolo, simbolo della scienza e legato al concetto di sorgente di vita. Nel suo viaggio nell’Altro Mondo il re irlandese Cormac vide una sorgente sacra nelle cui acque gli alberi di nocciolo sulla riva lasciavano cadere i loro frutti che venivano poi mangiati dai salmoni: gli uomini che si cibavano della carne dei pesci acquisivano così sapere e saggezza Il melo invece rappresentava l’immortalità oltre che la saggezza. Contrariamente alla storia biblica, la mela per i Celti è il frutto per mezzo del quale entrare in contatto con il Mondo Divino, era messaggera del Sidh e il suo potere era tale da rendere inefficace la magia dei druidi. Nel bellissimo racconto della Navigazione di Bran, è proprio una messaggera dell’Aldilà a porgergli un argenteo ramo di melo e, nella leggenda arturiana, l’isola di Avallon, da afal o aval che significa mela, era il luogo mitico dove Artù venne condotto dopo la morte. Tuttavia, in ordine di importanza, secondo la tradizione celtica, il posto d’onore spettava alla quercia che, simbolo di forza e potere, rappresentava a tutti gli effetti la divinità. Plinio infatti riferisce: "In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa". La foresta dei Carnuti, citata da Cesare come un luogo consacrato al centro della Gallia (probabilmente nel territorio in cui ora sorge la città di Chartres) in cui i druidi di tutte le regioni si radunavano una volta all’anno per celebrare una solenne cerimonia, era di querce. Le radure nei boschi erano anche i luoghi privilegiati per impartire i loro insegnamenti: quale posto migliore per infondere la conoscenza intesa nel senso più ampio possibile di unione con il Tutto così ben rappresentato da Madre Natura? Tuttò ciò dimostra chiaramente che la profonda relazione esistente tra la religione celtica e gli elementi naturali nasceva dall’intima convinzione che l’uomo non potesse né dominare né sfruttare la natura in quanto egli stesso ne era parte. Il loro era perciò un naturalismo sacro che scaturiva da una profonda saggezza morale e filosofica. Timagene, uno storico egizio di lingua greca nel I° sec. a.C. scrive: "...i vati si sono sforzati, con le loro ricerche, di penetrare gli accadimenti e i segreti più sublimi della natura". Vi è un bellissimo racconto irlandese, ricavato da un manoscritto del XV secolo, "Storia di Baile dal dolce eloquio", che testimonia il valore sacro attribuito al legno di alcuni alberi e la concezione di morte come parte di una lunga vita tipiche della cultura celtica. Il testo narra la storia di due giovani Ailinn e Baile i quali, ignari che i druidi avevano predetto che non si sarebbero mai incontrati da vivi, si dettero appuntamento per un incontro d’amore sulle rive del fiume Boyne. Baile, accompagnato da alcuni amici, arrivò per primo sul luogo ma qui gli apparve un uomo orribile che gli annunciò la morte di Ailinn avvenuta in un agguato mentre si recava all’appuntamento. Baile, per il tremendo dolore cadde morto. Venne sepolto e sulla sua tomba crebbe un tasso la cui chioma assomigliava al suo volto. L’uomo orribile si diresse poi a sud ed arrivò nel luogo dove si trovava Ailinn; le disse di aver assistito alla sepoltura di un certo Baile che stava aspettando la donna di cui era innamorato ma non era destino che si incontrassero in vita. Ailinn per il dolore cadde morta, fu sepolta e sulla sua tomba crebbe un melo che prese le sue sembianze. Passarono sette anni e i veggenti usarono il legno del tasso di Baile e del melo di Ailinn per scrivere visioni e predizioni da portare con sé alla Festa di Samain. Durante la cerimonia, il celebrante prese in mano le due tavolette che, messe l’una di fronte all’altra, si attaccarono "come fa il caprifoglio attorno a un ramo" e nessuno riuscì mai più a separarle. Bibliografia Le Roux F., Guyonvarc’h C.J., I Druidi - ECIG , Genova 1990 Rutherford W., Tradizioni celtiche - Neri Pozza, Vicenza 1996