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Questo articolo fa parte della categoria: Nonno Jung

Angelo Bona

Il

21 Marzo 2005

Relitti di chiglie adagiate sui fondali del tempo raccolgono al loro interno strutture metaforiche che l’arcolaio del tempo ha intessuto. Merletti di parole, ricami di simboli giacciono nell’oscurità oltre le feritoie di fasciami aperti e vortici di argentei pesci danzano all’infinito. L’architettura del nostro presente è progettata da un ingegnere esperto a cui nulla sfugge: il karma. I pionieri della psicoanalisi credevano di poter svuotare con un piccolo secchiello un oceano di onde, oggi la maggior parte delle scuole di pensiero si limita ad analizzare tematiche molto più circoscritte. La metafora viene definita da Reboul Olivier come "quel tropo o figura retorica che designa una cosa con il nome di un’altra avente con la prima un rapporto di somiglianza" (1). Esistono termini intermedi che legano i due poli metaforici, essi sono "apparentemente assenti" come riporta il Gruppo µ (2) e creano l’incanto di un mondo illusorio ove ogni affermazione è in realtà falsa: questo è il fatato mondo di maya. "E’ forte come un toro" oppure "E’ bella come una rosa" non sono certo verità lessicali, ma impliciti paradossi. Eppure anche le trame dell’illusione possono divenire psicopatologia, basta crederci. La parola può divenire maschera, mimesi, camaleontico trasformismo del linguaggio. I disturbi psicopatologici perturbano l’armonica associazione dei sostantivi come se i termini fossero note di una composizione musicale stonata. Non ritengo possibile, nè opportuno curare l’intera langue dei pazienti, ma piuttosto ricercare nei meandri dei disturbi un significativo "core karmico". Intendo con esso un nucleo della struttura simbolica del soggetto che rappresenti un centro nevralgico ad alta densità conflittuale. Quindi non credo si debba lavorare sul tutto, ma piuttosto su una sua parte anche infinitesimale. Per associazione di idee penso al meraviglioso lavoro di Hanneman, padre dell’omeopatia che riteneva opportuno ricercare un rimedio naturale, un simillimum della malattia per favorire nel soggetto una reazione di autoguarigione. Posso considerare il simillimum dell’omeopatia analogo nel campo della linguistica alla metafora terapeutica. Essa, come il primo, produce una vibrazione di luce in tutta la struttura conflittuale. Il "core" è a mio avviso un groviglio di tratti e di energia ad essi collegate costituito da metafore patologiche insieme complessate a cui è probabile corrispondono modelli neurochimici corticali. Addentrandomi nei meandri dell’inconscio altrui e nel mio proprio, ho verosimilmente ipotizzato che i nuclei psicologici conflittuali possiedano un substrato neurologico corticale, una costellazione neurochimica a cui essi corrispondono. Badate che questa affermazione è una supposizione e non un assioma, ma sarebbe fantastico avere un’équipe ed i mezzi per verificarla. Un collega americano conierebbe immediatamente la definizione di "neurochemistry constellations" e i ricercatori potrebbero scoprire il segreto linguaggio biochimico delle metafore. Purtroppo posso soltanto accarezzare questa congettura e riporla nel mio nutrito immaginario. C’è per altro chi si sta dedicando scientificamente a questo, ad esempio Alexander M. Rapp, ricercatore dell’Università di Tuebingen in Germania con studi quali Neural correlations of metaphore processing (3) oppure David Anaki che valuta l’attivazione dell’emisfero destro nella comprensione delle metafore (4). Numerosi altri ricercatori si stanno dedicando a questo affascinante tema. Riprenderò queste incomplete affermazioni in studi successivi molto più approfonditi. Bowlby, esponendo la sua teoria dell’attaccamento (5), accenna agli "internal working models " e chissà che a qualcuno non venga in mente di verificarne la corrispondenza neuro trasmettitoriale. Ritornando al "core karmico" esso possiede una sua produttività, una sua potenzialità in grado di clonare il disturbo anche oltre il confine dogmatico di una sola vita. In esistenze future la traccia mnestica (samskara) edifica con capacità ideoplastica il nostro destino e ciò sempre seguendo il fine educativo di una didattica dharmica. Avendo identificato un nucleo, tramite la regressione ipnotica è possibile produrre uno "shock" lessicale che ne frantumi la rigidità strutturale. Propongo cioè al paziente non un caotico emergere di molteplici vite, ma un selettivo impegno di ricodificazione di un focus tematico in una singola esistenza. Tramite l’ideazione di metafore terapeutiche da parte dello specialista in analogia stretta con quelle patologiche del paziente, può rendersi possibile il disinnesco di tropi malati e rigeneranti sofferenza. L’insight karmico che il soggetto deduce da un lavoro circoscritto sulla sua problematica, riverbera per così dire sull’intera sua personalità liberando ingenti patrimoni di fruibile libido. Non credo che la totale estinzione del debito karmico sia un obiettivo raggiungibile dall’imperfezione umana. La consapevolezza etico-spirituale della legge di causalità non deve risultare soltanto un’acquisizione intellettuale. La sperimentazione diretta in regressione ipnotica della responsabilità soggettiva di ogni nostra afflizione o avversità, deve accompagnarsi a una sincera abreazione e cioè a una profonda partecipazione emozionale. Non è certo il terapeuta con le sue pur utili ermeneutiche ad illuminare il cuore del paziente, ma è il coraggio di abbandonarsi ad una piena realizzazione individuale che può aprire ad ognuno la verità del Sé. Non è il medico che guarisce, ma l’acquisizione da parte del soggetto di una consapevolezza emozionale e spirituale. Questa mattina mi sono svegliato, come da qualche mese mi capita, con davanti agli occhi il sorridente faccione di nonno Jung che mi diceva: "Non esiste un metodo terapeutico valido per tutti i pazienti". Automaticamente sono sceso in taverna ove giacciono montagne e montagne di libri a cui sono affezionato come a dei fratelli. Che strano fenomeno di sincronicità! Il primo testo che ho spontaneamente preso in mano era proprio di Carl Gustav e riportava in quarta di copertina: "Spesso mi vengono chiesti chiarimenti a riguardo del mio metodo analitico e psicoterapeutico. Non posso rispondere in modo univoco: la terapia è diversa per ogni caso. Quando un medico mi dice che segue rigorosamente questo o quel metodo, ho i miei dubbi sull’efficacia della sua terapia. E’ stato scritto tanto sulla resistenza che oppone il malato, da far sembrare che il medico voglia imporgli qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire spontaneamente dal malato stesso" (6). Concordo con te, Nonno Jung e forse a quel punto il viaggiatore potrà entrare nella fertile terra del cuore e conseguire un ambito premio: la realizzazione del Sé, la gioia del samadhi. Note: 1 Reboul O., Introduzione alla retorica, Il Mulino Editore, Bologna, 1996. 2 Gruppo µ, Retorica Generale, Bompiani Editore, Milano, 1991. 3 A. M. Rapp et al., Research report Neural correlates of metaphor processing, in "Cognitive brain research", 2004, Department of Psychiatry, University of Tuebinger, Osianderstrausse 24, D-72076 Tuebinger, Germany. 4 D. Anaki et al., Cerebral hemispheric asymmetries in processing lexical metaphors, in "Neuropsychologia", vol.36. N.7, pp. 691-700, 1998, Bar-Ilan University, Ramat-Gan, Israel. 5 Bowlby J., Attaccamento e perdita, Boringhieri Editore, Torino, 1999. 6 Jung C. G., Psicologia analitica, Edizioni Magi, Roma, 2003.